Lorenzo Jovanotti Cherubini

Foto ©Filippo Maffei

Nome: Lorenzo
Cognome: Cherubini
Nome artistico: Jovanotti
Data di nascita: 27 settembre 1966
Luogo di nascita: Roma
Professione: cantautore
Esordio: 1984 (dj), 1989 (cantante, con il singolo Walking)
Segni particolari: passaporto italiano e cuore mediterraneo, anima etrusca, curiosità infinita
Residente: nel futuro
Mezzo di trasporto preferito: bicicletta
Viaggio desiderato: uno di quei pochi che deve ancora fare

L’eclettico viaggiatore contemporaneo

Per evitare ogni tentazione archeologica, o anche solo vagamente passatista, alla quale un’istituzione antica come la nostra è sempre soggetta, spesso anche inconsapevolmente, avevamo bisogno di un antidoto di sicura efficacia; di qualcuno che fosse capace di soffiar via da tutto quanto avremmo esposto, e dal tema stesso della mostra, la polvere che li minacciava. Quella coltre leggera e a suo modo rassicurante che avrebbe circonfuso tutto di un’impressione di già dato e concluso. Di evento che ha avuto il suo corso e che ora può essere asetticamente esposto, suscitando nella migliore delle ipotesi una vaga emozione da nostalgici dei bei tempi andati. Si sarebbero spesi aggettivi appropriati – “pionieristico”, “avventuroso”, “sfidante” o “moderno” – ma remoti dall’esperienza viva del visitatore. E invece quel che ci serviva era proprio l’opposto: un artista che con la sua opera restituisse la bruciante esperienza del viaggio. Che ne riempisse l’aggettivazione di elementi vitali. Che ne fosse un testimone vivente, capace di riportarne esperienze contemporanee, e dunque pienamente condivisibili.

Qualcuno si cercava che all’ebbrezza unisse aspetti e interessi di viaggio non sovrapponibili a quelli di quanti avremmo raccontato la storia. E dunque non viaggiatore politico, come Cesare Poma o come Gertrude Bell, non un giornalista come Lucien Leroy e Henry Papillaud, ma nemmeno come Nellie Bly o Elizabeth Bisland, non un filologo o un archeologo come le sorelle Smith né una avventuriera e proto-influencer come Annie Londonderry. Qualcuno che viaggiasse per altri motivi e con un’altra sensibilità, magari musicale, ma non estemporanea o di convenienza: Leroy e Papillaud tennero nel corso del loro giro del mondo numerose serate di cabaret e miniconcerti, ma non era quello il loro mestiere e stavano semplicemente sfruttando, per così dire, sapienze collaterali. Qualcuno, infine, che il pubblico potesse incontrare ad apertura di mostra, giusto dietro il portale di ingresso, e che potesse condurlo dalla contemporaneità più assoluta – da questo 2025 – indietro di 150 anni, alle brucianti esperienze di secondo Ottocento, senza sacrificarne un briciolo di vivacità e di novità.

Chi meglio di Lorenzo Jovanotti Cherubini? Cantautore e viaggiatore, appassionato di ritmi e melodie di tutto il mondo, nato a due passi dal Vaticano, giusto a ridosso delle Mura, e perennemente altrove, esploratore di mondi musicali da oltre trent’anni, ci ha conquistati all’istante, bruciando qualsiasi altra candidatura quando ci ha scritto: «Viaggio, non c’è parola del vocabolario che mi accende tutti i sensi più di lei. Per me, la stessa parola viaggiare è un viaggio, mi fa l’effetto che fa al mio gatto il rumore di quando apro una scatoletta». È lui, ci siamo detti, certi di aver trovato qualcuno con cui dialogare, qualcuno che dimostra la più piena consapevolezza di cosa sia e cosa rappresenti la Biblioteca Apostolica Vaticana, senza però lasciarsene intimidire, o indurre a un imbalsamato sussiego.

Intervista a Lorenzo Cherubini

di Francesca Giannetto

«Io sono la “gazza ladra”, come mi chiama mia moglie. Mi attirano le cose che luccicano e diventano irresistibili, ma senza una vera ragione. Mi entusiasmo se c’è una cartina geografica, un veliero, qualcosa che ha a che fare con la strada, col viaggio». 

È proprio così. Ho qualche “problema” con l’idea di casa, e non solo con l’idea. La casa per me non è il luogo dove tornare ma quello da cui partire. All’origine di questo sentimento che mi domina c’è la mia infanzia. L’ atmosfera in casa mia quando ero bambino non era proprio di quelle da pubblicità in televisione, e io il mio mondo lo andavo a cercare fuori. Per fortuna sia la Roma degli anni 70 che la Cortona dei miei nonni erano posti dove io non avvertivo pericoli sebbene un po’ me li andassi a cercare. Il mondo fuori di casa mi piaceva e in fondo mi rassicurava. Ancora oggi le case mi sembrano sempre un po’ delle tombe, delle prigioni, dei luoghi che amo solo se posso uscire.

A maggio ti arriva la chiamata dalla Biblioteca Vaticana: “Stiamo organizzando una mostra su due viaggiatori di fine ’800; vorremmo coinvolgerti, visto che come loro ti muovi in bicicletta per scoprire il mondo”. Quali sono state le tue prime impressioni?

Di gioia e stupore. Per me il Vaticano è un luogo del cuore, il mio babbo ci ha lavorato per tutta la sua vita e io ci ho passato tanto tempo nella mia infanzia, è un posto che mi è profondamente familiare. La chiamata della Biblioteca mi ha riempito di entusiasmo, si sono aperte porte che ho vissuto davvero come un segno, una benedizione, un’occasione per immaginare il mio babbo sorridere all’idea che suo figlio avrà un posto in quel luogo che ha amato molto e che gli ha permesso di tirar su una famiglia numerosa.

Hai scritto che la tua non è una famiglia di viaggiatori, ma che scavando scavando e ancora scavando hai trovato un etrusco con le gambe secche che affidava le sue note al dio dell’andare e così inventò il viaggio per viaggiare, il muoversi per muoversi. Che cos’è il viaggio, per te? Come è cambiato l’approccio con il viaggiare nelle varie fasi della tua vita? E come sono cambiati i viaggiatori nel tempo?

Il viaggio è la vita stessa, sebbene i km ne siamo un ingrediente per me necessario ma non irrinunciabile. Ho viaggiato e viaggio anche da fermo, con la musica, con la letteratura, con i film, con le mappe, con le idee, con l’immaginazione. Nel mondo di oggi le mete dell’industria del turismo sono tutte uguali, con gli stessi negozi, lo stesso cibo. In fondo i grandi centri urbani sono tutti la stessa città, una enorme metropoli, un unico villaggio turistico, dove tutto è programmato, ogni aspetto fa parte del prodotto. Il turismo è un’industria enorme, che a me non interessa. La mia passione per il viaggio è iniziata prestissimo, il mio primo ricordo in assoluto è la diretta dello sbarco sulla Luna. Quel ricordo si è piantato in me come un seme di una foresta che non ha mai smesso di crescere ed espandersi in ogni direzione possibile. 

Qual è stato il tuo primo viaggio che non fosse “per lavoro”? Cosa ricordi di ciò che ti ha spinto a partire? Quando hai capito che viaggiare sarebbe stato parte integrante della tua vita, personale e artistica?

Per fortuna non ho mai percepito la differenza tra cosa è “lavoro” e cosa non lo è. Il mio è un impegno che si protrae per 24 ore al giorno, anche mentre dormo. È sempre stato così, mi sono sempre, da quando ho memoria, sentito immerso in una specie di impresa picaresca, senza un vero scopo se non l’incontro con le cose e le persone lungo la strada. Di fatto non so cosa sia il tempo libero, perché il lavoro è sempre stata la mia idea di tempo e anche di libertà. Non è tutto rose e fiori, a volte questa ossessione per la ricerca di immagini e spunti di elaborazione di un’idea mi impedisce di vivere le cose fino in fondo, mi rendono uno spettatore. 

La vita è tragedia e commedia intrecciate a doppia spirale, come è la struttura del dna, e mi piace immaginare questa spirale avvitarsi verso un’altezza, o una profondità che resterà un mistero, che come l’orizzonte si sposta di un passo ad ogni passo che facciamo. 

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