
Nome: Maria Grazia
Cognome: Chiuri
Data di nascita: 2 febbraio 1964
Luogo di nascita: Roma
Professione: designer
Primo viaggio: Londra
Mezzo di trasporto preferito: treno
Viaggio desiderato: giro del mondo
La rivendicatrice d’irriducibilità
A chi affidare il racconto, in chiave ovviamente contemporanea – ché a quella storico-documentaria avrebbero pensato i curatori della mostra e il patrimonio della Biblioteca – dei viaggi di sei donne, che a partire dagli anni Ottanta del XIX secolo si allontanarono dalle loro città natali, in Inghilterra, Scozia e Stati Uniti, per mettersi in viaggio da sole, sfidando la riprovazione generale e il più sarcastico scetticismo sull’esito della loro impresa? Donne del popolo e borghesi di altissimo bordo, giornaliste e alcune delle prime laureate nelle migliori università inglesi, tutte accomunate dalla sfida alla mentalità patriarcale e dalla determinazione a far valere i propri diritti e la propria autonomia. Forti solo dei propri studi e della loro tenacia, e avendo contro la mentalità corrente, le posizioni di molte religioni, il mondo accademico, la tradizione e l’antropologia, oltre che la biologia e la medicina, visto che anche gli specialisti si interrogavano se l’uso della bicicletta non comportasse per la donna il rischio di importanti deficienze, fisiche e psichiche.
Anche in questo caso, il rischio era la polvere, ossia che il secolo e mezzo trascorso ricoprisse questi racconti di una patina storica e ne spegnesse la portata. Anche in questo caso restituire al pubblico le loro vicende significava prima di tutto recuperarne lo spirito, non tanto le imprese, la temperatura e non il risultato, era ovvio dunque che la scelta si portasse su un’artista per cui la rivendicazione del ruolo della donna nella storia e nelle vicende del mondo fosse qualcosa di urgente e di vitale. Quando poi a farlo fosse qualcuno che opera nell’ambito della moda, sarebbe stato perfetto, dal momento che le avventure di Annie Londonderry, di Nellie Bly e di Elizabeth Bisland, di Gertrude Bell e delle sorelle Smith possono essere ricostruite e raccontate anche dal punto di vista degli abiti scelti per viaggiare. Quello dell’abbigliamento fu per loro un aspetto assolutamente caratterizzante, che alcune di loro contribuirono a cambiare e a far evolvere, mentre per altre fu elemento identitario e segno di appartenenza. Si tratta dunque di una chiave di lettura di prima importanza, sulla quale si rispecchia lo spirito dei tempi, ma anche quanto di innovativo ferveva e che alcune di loro contribuirono a imporre.
Di qui la scelta di una creativa come Maria Grazia Chiuri, per la quale l’impegno femminista non è una possibilità tra le altre, una semplice opzione, ma l’espressione più profonda del proprio modo di guardare il mondo, e di leggerlo. Quel «We should all be feminists» di Chimamanda Ngozi Adichie che ha aperto la sfilata primavera pret-à-porter 2017, è un vero e proprio “invito al viaggio”, che introduce il pubblico a una nuova prospettiva sulle cose, a considerare il mondo da un altro punto di vista, sovvertendo punti fermi e luoghi comuni. Abbiamo seguito l’opera e la carriera anche noi, e ci è parso che il suo sia essenzialmente una sorta di destrutturazione o di smontaggio di schemi e stilemi, applicati di fatto (da secoli) dalla culturale patriarcale.
Il suo lavoro come Direttrice Creativa le ha permesso di costruire nel tempo uno spazio critico di riflessione e discussione sul valore della moda nella cultura contemporanea, che ha affrontato creando una progettualità plurivoca, una moltiplicazione del valore delle voci femminili che si sono trasformate nel tempo in collaborazioni inedite con artigiane, autrici e artiste a ogni sfilata e a ogni progetto.
Quel che emerge da questa decostruzione dello sguardo maschile è vario e impossibile da ricondurre a una sola categoria: è una donna quella di Maria Grazia Chiuri che può essere di una leggiadria preraffaellita (delicata come i fiori che la ricoprono) o armata di busto e cintura, come una guerriera metropolitana, ed essenziale e pulita come una dea greca (di quelle di Winckelmann, però). Un’apparizione di stelle o una temibilissima virago. Dal viso ancora quasi infantile o sofisticatissima, sfrontata o iperurania. Arcana o ipermoderna. Ogni volta una sorpresa, ogni volta un sospeso “cosa sarà mai?” Una donna imprendibile, quella di Maria Grazia Chiuri, per uno sguardo maschile, sempre sfuggente, capace di lambire ogni categoria e di sottrarsi a tutte quante. Una donna che rivendica, una volta per tutte, la sua irriducibilità. Il suo essere persona.

Intervista a Maria Grazia Chiuri e Karishma Swali
di Giacomo Cardinali
Chiudiamo gli occhi e immaginiamo. Siamo nella Sala Barberini della Biblioteca Vaticana, che ospita l’installazione site-specific, ideata da Maria Grazia Chiuri e realizzata dalla Chanakya School of Craft di Karishma Swali, che racconta la storia di sei donne che in piena età vittoriana sfidarono ogni tabù e restrizione sociale, viaggiando intorno al mondo da sole, e vi chiedo: da dove siete partite per questo vostro lavoro? Qual è stato il luogo oppure lo stimolo, la suggestione iniziale? Cosa vi ha mosso?
MGC: Sicuramente questo progetto è stato molto stimolante, perché ci ha portato a riflettere sull’aspetto dell’abito e sulle sue evoluzioni, o meglio direi sulla possibilità di cambiamento che è l’abito a offrire, perché non credo si sia trattato di modifiche dovute tanto a necessità funzionali, ma di un vero e proprio cambiamento epocale, avvenuto nelle persone stesse. Da sempre mi, e ci, interessa l’evoluzione della moda, che è un discorso globale e sempre molto connesso ai viaggi. Inoltre, trovo che quello che caratterizza un viaggio sia certamente la scoperta di nuovi luoghi, ma che l’entrare in contatto con realtà diverse, e sono convinta che tutto questo possa essere raccontato anche attraverso i tessuti e attraverso i ricami, come abbiamo fatto in questa sala.
KS: Per noi «En route» è stata una collaborazione speciale e appassionata alla celebrazione delle storie di queste sei donne, ognuna delle quali, col suo viaggio, ha aperto una prospettiva speciale sul mondo. Penso a Nellie Bly, che ha fatto il giro del mondo in 72 giorni, portando con sé un solo abito e una borsa, ridefinendo le convenzioni del suo tempo, il modo in cui una donna doveva viaggiare o vestire. Sulla loro scia si è aperto un dialogo globale su certe questioni.
MGC: Credo poi che questo progetto sia stato stimolante per noi, perché, illustrando i viaggi di queste donne, abbiamo di fatto raccontato i nostri viaggi personali, quelli che con Karishma facciamo nel nostro lavoro, dedicati allo studio e alla ricerca. In questo progetto in biblioteca abbiamo avuto l’occasione di mostrare al pubblico, addirittura di esporre, il nostro percorso di documentazione e di riflessione, dando ad esso maggiore enfasi rispetto al manufatto finale, come avviene invece nel normale processo creativo della moda. «En route» è, dunque, per noi anche il modo di svelare quanto studio e quanta ricerca si nascondano dietro una collezione, e l’intrico dei linguaggi che si incontrano nella moda.
E, infatti, è questo quello che mi ha più stupito nel nostro lavoro comune. Nel giugno scorso voi siete arrivate qui, per presentarci la vostra proposta, esattamente come ci viene uno studioso, cioè con fogli di appunti, note, libri letti e mappe. Avevate un intero trolley di documentazione cartacea e io ricordo la netta impressione che in quel momento cadde qualsiasi forma di distanza. Che non è esattamente quanto ti aspetteresti, incontrando un direttore creativo: non immagini assolutamente che abbia fatto il tuo stesso percorso.
MGC: In realtà, questo percorso è quello che si applica sempre: c’è una ricerca progettuale in quello che facciamo con Karishma, un aspetto di studio nelle biblioteche, sei libri, ma anche sui manufatti che troviamo, che poi arriva a una sintesi nella collezione, ma che spesso è difficile da raccontare. Questo progetto in Vaticana è stata appunto un’occasione unica farlo, perché comunque le affinità erano molte ed è un tipo di approccio che ci accomuna da sempre nel tipo di lavoro che facciamo. Molto spesso, ecco, forse è questo (ride): non sappiamo bene raccontarlo. Sappiamo più farlo che raccontarlo!
Una domanda da profano, che serve a me per capire. Questo approccio “di studio” è vostro da sempre, è arrivato a un certo punto, l’avete preso da qualche parte? È normale nel vostro ambiente?
MGC: Credo che ci siano degli aspetti personali, ma anche di maturità e di consuetudine tra noi, che lavoriamo insieme da lunghi anni. Ed è anche questa la bellezza del nostro viaggio, che abbiamo iniziato insieme tantissimi anni fa. Forse questa mostra ci ha dato l’occasione, quasi unica, di sintetizzarlo, questo viaggio, che è iniziato nel 1992!
KS: Per me, è la gioia del processo! Dall’inizio alla fine siamo sempre addentro a un processo e io sono sempre conscia di essere una parte della cosa intera. Questo progetto è anche la celebrazione di una comunità, perché il mondo del craft, il mondo tessile, ha come caratteristica un grande senso della comunità, di essere una piccola parte di una cosa molto più grande, molto più organica. Alla fine, c’è la gioia di perdersi e di trovarsi, e questo è personalmente l’aspetto che più mi ispira. Una delle “nostre donne”, Agnes Smith Lewis, aveva posto una iscrizione latina sulla sua porta: lampada tradam, che significa “passare la torcia”. È questo forse lo spirito di quello che stiamo facendo, anche con la Chanakya School of Craft e con la Chanakya Foundation: preservare la preziosità della comunità. Ci dà, e mi dà, il senso di qualcosa che ha senso.
MGC: Sì, decisamente ha senso!
Continua a leggere l’intervista nel Catalogo della mostra che potrai acquistare presso il nostro Bookshop oppure sul sito di Antiga Edizioni.