Intervista a Maria Grazia Chiuri e Karishma Swali

di Giacomo Cardinali

Anche per noi, in biblioteca, è stato un processo comunitario, nel senso che questa mostra si è allargata progressivamente a tanti soggetti e siamo entrati in contatto con tanti mondi e tanti linguaggi diversi. A questo proposito vi chiederei che cosa ha significato per voi incontrare la Biblioteca Vaticana? Sono mondi abitualmente molto diversi, il vostro e il nostro,e che difficilmente comunicano: quali impressioniriportate da questo viaggio presso di noi e con noi?

MGC: La prima cosa è stata ovviamente avere la possibilità di visitare i luoghi e di avere accesso ai documenti di una biblioteca di tale importanza, e incontrare persone dal background molto diverso, con le quali si può però dialogare in maniera facile e immediata. Direi che è stato uno scambio e un arricchimento per tutti. In questo ci ha molto favoriti la nostra attitudine al lavoro in comunità. Noi abbiamo deciso di lavorare in comunità, perché per me e per Karishma è solo questo il senso, per cui, quando ti capita di allargare l’orizzonte, di includere e di lavorare con altri, con più persone, allora è veramente interessante, perché questo può portare solo un arricchimento, saperi e punti di vista diversi.

KS: Per me già poter venire qui e avere accesso a questa biblioteca, insieme con Maria Grazia, è stato un onore incredibile! E poi la possibilità di scoprire le storie di queste sei donne incredibili, seguendo le quali abbiamo iniziato a scoprire il mondo e le connessioni che lo attraversano, dall’America all’Asia, dai tessuti al mondo artigianale, dalla cultura che sembra apparentemente così diversa, ma che io ho trovato molto simile pur in zone distanti: ad esempio il modo di realizzare tessuti in India e in Giappone. Abbiamo scoperto, ad esempio, che la tecnica indiana, a Gujarat in Odisha, di fare l’ikat – da noi si chiama ikat la pratica di tingere il filo prima di tesserlo – è la stessa che ha il Giappone, con un altro nome: kasura. Mi affascina questa idea dell’artigianato che “gira” un po’ il mondo, attraversando le culture, partendo da un elemento locale, che però poi, messo a disposizione dalla generosità del locale, diviene globale attraverso gli scambi tra le culture. Per me è sempre molto bello scoprirli e capire quanto in realtà siamo tutti simili…

MGC: …e connessi! Tutti diversi e tutti connessi! (ride)

KS: … poi a un certo punto Maria Grazia mi ha parlato di questa sua idea di realizzare un globo, il mappamondo con le donne! È stata una intuizione che ha portato tanta gioia, perché le allieve della scuola non hanno spesso passaporto né una grande possibilità di muoversi, ma ricamando i due globi che ora sono qui, hanno potuto viaggiare tantissimo. Con la loro creatività e le loro mani. Il viaggio comincia sempre con un mondo interno che dopo va all’esterno.

MGC: Anche in questo caso, dipende da cosa si intende per viaggiare. Si ha una idea che il viaggio sia solo ed esclusivamente all’esterno, ma non è così. Un viaggio può essere interno, come dice giustamente Karishma. In realtà, attraverso questo progetto c’è stato modo di riflettere su tantissime cose, tantissime, che è anche difficile sintetizzare. Una di queste è che ognuno ha un mezzo per esprimere il proprio viaggio: c’è chi lo può esprimere attraverso il ricamo, c’è chi può esprimerlo attraverso la scrittura, c’è chi può esprimerlo attraverso un disegno o un qualsiasi altro artefatto, o la musica: non tutti possono esprimere allo stesso modo il processo che c’è dietro, la riflessione che ti porta dopo un lavoro di questo tipo. Il nostro non è il linguaggio della parola, ma è quello che vedete finalmente esposto in questa sala.

Questo che dici è bellissimo e trovo che voi siate riuscite a esprimere nella vostra lingua ciò che con le parole si potrebbe dire così, o che per noi è assolutamente chiaro che sia così, e cioè che una biblioteca nella quale si sta chiusi tra quattro mura – tra l’altro la sala Barberini è cieca, senza finestre e con la sola porta d’ingresso – può essere il luogo dei viaggi più grandi e avventurosi. Quello più aperto, più avvincente o anche più pericoloso. Questo si può dire con le parole, e l’hanno detto centinaia di scrittori, ma si può dire mettendo al centro della scena i vostri mappamondi tessuti e ricamati, ed è esattamente la stessa cosa: i libri permettono di evadere dalla claustrofobia di qualsiasi situazione umana.

MGC: Il libro è per eccellenza, secondo me, un mezzo di viaggio, perché non ti dà immagini precostituite, per cui ognuno attraverso la lettura, attraverso un libro, può viaggiare e immaginarsi il viaggio in un modo estremamente personale. Da questo punto di vista, è un viaggio super-esclusivo, perché è solo il tuo. Io ho sempre detto che per me i libri sono più ispiranti di qualsiasi altra cosa, perché la lettura lascia la tua immaginazione libera di visualizzarla come vuoi e questo credo sia il più bel viaggio che uno possa fare.

KS (ride): È più di un anno che studiamo questa cosa insieme, ci divertiamo…

MGC (ride): Mai studiato così tanto!

KS: …in maniera incredibile! Per me, il viaggio era veramente già di per sé la destinazione, perché questo viaggio ci ha portato ad avere un allineamento pazzesco – che per me è veramente prezioso – sia con la natura sia con te stesso, con i processi e con la comunità, poi…

MGC: Ha ragione Karishma, ma la cosa di cui siamo più contente è che in questo viaggio facevamo salire altre persone (ride)! È la condivisione del viaggio…

KS: Troppo bello! Come la fermata di un autobus… (ride)

MGC: Come una fermata di autobus, però nel frattempo salivano persone (ride), si includevano altri, tutti insieme verso un viaggio dove, anche lì, piano piano capivi cosa volevi dire, cosa volevi fare, e la bellezza è quella. Non è poi dove arrivi, è tutto il tragitto!

KS: Abbiamo veramente anche in passato fatto tante mostre, tante tante cose insieme…

MGC: Questa è stata diversa…

KS: (ride) …però questa è stata eccezionale!

MGC: Concordo!

KS: Perché siamo andate veramente oltre. Dentro, fuori, un po’ la confusione, la mancanza, è stata molto speciale, veramente! (ride)

MGC (ride): Sono d’accordo con Karishma! Molto! Vado avanti, torno indietro, sale uno, sale un altro! Però il vero risultato è quello! E quanto questo viaggio abbia arricchito tutti i partecipanti! Il risultato è questo: ci sentiamo tutti molto felici di aver partecipato!

Personalmente, sono molto emozionato da queste parole: di solito non abbiamo, come le biblioteche generalmente non hanno, la nomea di luoghi in cui si viaggia allegramente, nel caos, imbarcando gente. Questo non rientra nella narrazione comune, specie quanto alla Vaticana, eppure anche per noi è stato così: ogni tanto saliva qualcuno su questo autobus sempre più traballante di gente e che ha raccolto e trasportato mondi diversi. Monti completamente distanti, che però hanno potuto intendersi al di là di tutto: provenienza geografica, tipi di lavoro, linguaggi, sensibilità personali. In modo molto naturale e senza forzature da nessuna parte.

MGC: Credo che sia stato anche il luogo stesso della biblioteca ad aiutare questo tipo di riflessioni. È lo spazio dello scambio quello, della conoscenza, e che ha innestato una curiosità in tutti, un desiderio di capire meglio, di scoprire. Questo ci è stato fondamentale, perché il luogo in qualche modo genera il progetto: al di là di quello che dal patrimonio della Vaticana è stato selezionato, proposto ed elaborato rispetto alla mostra, è il luogo stesso che genera e favorisce la riflessione. La biblioteca è scoperta, la biblioteca è lettura, la biblioteca è scambio. Ed è internazionale la biblioteca, per cui alla fine, almeno secondo me, molto di quanto è venuto fuori dal progetto «En route», lo si deve al luogo.

Un’ultima domanda, pensando già a quanti visiteranno la mostra e si troveranno di fronte alla vostra installazione. Quando, appunto, i visitatori entreranno nella vostra stanza, nella Sala Barberini, che cosa vedranno?

MGC: Credo che, come tutte le mostre, e come tutte le cose, anche questa installazione si possa leggere a vari gradi. Sicuramente, ci saranno persone affascinate dall’artefatto, semplicemente, perché potrà piacere o no, ma ne riconosceranno la qualità intrinseca del lavoro. Ci saranno persone che potranno capire anche tutta la riflessione che c’è stata su questi viaggi, queste mappe, il concetto del cartamodello e dell’abito, ma credo che questo tipo di apprezzamento verrà da chi conosce noi come autrici e il nostro background, che ha bisogno di un tipo di conoscenza un po’ più specifica. Altre persone potranno apprezzare più basicamente, o non apprezzare, il lato estetico. Quello di cui sono sicura, però, è che si tratta di un intervento appropriato al luogo. Il mappamondo era un elemento tipico delle biblioteche. L’idea poi che questi globi siano stati realizzati da Chanakya con la scuola femminile rievoca quanto avvenne in passato in alcuni paesi – in America e in quelli anglosassoni, per esempio – e concorre a una nobilitazione e a una esaltazione di quello che è stato considerato per secoli un lavoro domestico, proponendolo come forma di conoscenza ed espressione della propria anima. La cosa spero che tutti leggeranno è però quanto questo lavoro sia comunitario e collettivo. Questa è la cosa cui, in fondo, teniamo sia Karishma che io, perché ci rappresenta di più.

KS: Anche io penso esattamente così. Spero che si senta proprio la sinergia…

MGC: Sì, e anche… l’human touch…

KS: …la sinergia, ossia il fatto che non importa se si è in posti fisici completamente diversi, addirittura in due continenti, perché l’idea di una creazione collettiva e i valori collettivi ci danno la possibilità di sentirci sempre uniti.

MGC: Sì, un sentire comune!

Entrambe insistete molto su questo punto, ma a me – che sono un profano – fa molta impressione sentirvi, perché di solito, quando si pensa alla moda,emerge solo il nome del creativo, che è poi quello che leggo sull’etichetta, e non è affatto ovvio che si tratti di un lavoro collettivo. È piuttosto impressionante. Siete strane voi o sono poco aggiornato io?

MGC: Quello che tu dici è quello che pensano normalmente le persone ed è anche una modalità ancora molto rappresentata, ma che non coincide affatto col nostro spirito, di Karishma e mio intendo; il nostro spirito non è mai stato quello. Non ci interessa proprio quell’aspetto lì…

KS: E poi quanto potere ha – è incredibile! – quanto potere ha questa nostra scelta! Ci dà un altro tipo di libertà, credo, e ci dà veramente la possibilità, tramite questi scambi, di realizzare qualcosa di molto più grande di quello che, almeno io, posso immaginare. Dal mio punto di vista sono esperienze che permettono di vivere il potere della comunità…

MGC: Io sono anche molto convinta del fatto che, di base, sia sempre un problema di racconto. La moda, cioè, è sempre stata raccontata avvicinandola in qualche modo all’arte, per cui dovevano creare il genio creativo, che lavora solo, nella sua stanza, ma questa per me è appunto solo una narrazione – sebbene ancora attualissima – mentre io credo nel lavoro di team, collettivo, comunitario. Lo credo possibile in tutti gli ambiti, ma anche in quello creativo. E poi non dimentichiamoci che anche nell’arte le cose non hanno mai funzionato secondo quella narrazione: c’erano le botteghe e non Michelangelo che affrescava le volte da solo. Anche nell’arte c’è stata tutta una narrazione…

C’entra qualcosa il fatto che siete due donne, oppure no, in questo vostro modo di lavorare?

MGC: No, no, non credo che sia legato al genere, assolutamente. Come hai potuto vedere nel nostro team lavorano tantissimi ragazzi, oltre che ragazze. In realtà, è proprio un modo un modo di condividere la creatività, un modo di lavorare ai progetti, non legato al genere, quanto piuttosto a cosa senti, a qual è il tuo viaggio creativo, in che modo lo vuoi vivere.

Ma come vi è venuta questa cosa dei mappamondi?

MGC(ride): Studiando! Perché il viaggio è seguire una cosa, la segui, la segui, non sai mai dove ti porterà. La cosa divertente era che mi chiedevi il progetto e io non rispondevo, perché il progetto tu lo inizi, ma non sai dove arrivi. È quello il progetto. Quindi vai, giri, giri, giri e poi alla fine dici “va bene, ci siamo”. Quando sono saliti tutti e nel nostro autobus c’era una folla immensa (ride).

Anche questo è impressionante sentirtelo dire, perché è esattamente lo stesso processo dello studio. Nessun ricercatore, degno di questo nome, sa né può prevedere dove lo porteranno le sue ricerche.

MGC: Noi abbiamo fatto così. Tiri, tiri, tiri e poi tutto si sistema. Lo devi lasciare andare. (mima qualcuno che stia seguendo un filo).

È impressionante sentirlo dire da un altro mondo, perché ci si rende conto che ci sono affinità sostanziali tra certi approcci alla vita e allo studio: io, per esempio, diffido sempre molto di chi arriva con un progetto di studio già finito. Al massimo si può dire da dove si parte, ma non a cosa punti o dove arriverai, perché altrimenti stai barando: non è serio.

MGC: Esatto!

Stai barando: tu non lo puoi sapere.

MGC (ride): Io, mai, so dove vado a finire.

KS: Infatti! Ma è impossibile, senza la riflessione, l’evoluzione…

MGC: Il progetto si fa mentre si cammina…